Oltre l’aborto, ripensiamo la legge 194


«L’utero è mio e lo gestisco io» gridavamo noi ragazze negli anni ’80 quando scendevamo in piazza. Allora difendevamo la legge 194, che permette l’interruzione di gravidanza entro le prime 12 settimane, e combattevamo contro gli aborti clandestini che mietevano tante vittime(nella foto una manifestazione a Roma nel 1977). Oggi, però, secondo me, è arrivato il momento di ripensare il tutto. Quanto vogliamo andare avanti con l’ipocrisia di considerare intoccabile una legge che in molti ospedali non viene applicata per via del considerevole numero di obiettori di coscienza? Perché abbiamo così tanta paura di ragionare sull’aborto? Rispetto agli anni ’80 esiste una diversa consapevolezza: le ecografie, ormai ultraprecise, ci hanno mostrato che l’embrione non è certo solo un grumo di cellule, come qualcuno l’ha infelicemente definito, ma una vita in nuce. Non possiamo più prenderci in giro su questo. L’interruzione di gravidanza deve essere considerata l’ultima spiaggia, un atto orribile da compiere se proprio non si ha altra scelta.

Quando rimasi incinta del mio primo figlio andai in un consultorio a farmi visitare. La ginecologa, una volta accertata la gravidanza, fece una faccia contrita e mi chiese: «Che facciamo? Lo vuole tenere?». Rimasi allibita. Ma come? A 37 anni aspettavo un figlio dall’uomo che amavo e la dottoressa mi paventava la possibilità di abortire?

Altre volte mi è capitato di conoscere persone che avevano pensato di interrompere la gravidanza e poi ci avevano ripensato; una mia amica è arrivata fino in sala operatoria, oggi guardo suo figlio e rimango incredula al pensiero che poteva non essere qui. Con questo non voglio dire che non vada difesa l’autoderminazione della donna. È chiaro che nessuno può costringere una persona a portare avanti una gravidanza se non vuole. Ma mi sembra altrettanto chiaro che nessuno può imporre al medico di effettuare un intervento così controverso.

Il problema è che oggi i ginecologi obiettori di coscienza sono la stragrande maggioranza, in alcune regioni oltre ol 90%. E quei pochi che non obiettano sono costretti a praticare interruzioni di gravidanza tutto il giorno senza poter dedicarsi ad altro. I non obiettori sono ghettizzati, derisi, ostacolati nella carriera. I colleghi li prendono in giro e li chiamano «gratta, gratta». Questo è chiaramente intollerabile e crea situazioni in cui è impossibile applicare la legge.

Date queste premesse mi domando se non sia doveroso ripensare la 194. Non ho ricette pronte, questo post è un sasso lanciato nello stagno di una futura discussione.  Penso che andrebbe stabilito un tetto per le obiezioni di coscienza negli ospedali ma anche per il numero di aborti, non è tollerabile ricorrere all’Ivg più volte nella vita quando ci sono a disposizione contraccettivi facili e sicuri. E poi si potrebbe  pensare a deipercorsi alternativi per le donne che non vogliono tenere il bambino come la possibilità di una pre-adozione da parte di una famiglia sterile con una sorta di mantenimento per tutta la gravidanza. Un po’ come nel film La scelta di Juno.

Ma questa è solo una idea. L’importante è superare la contrapposizione tout court tra abortisti e anti-abortisti, affrontiamo il tema senza paura. Non deve e non può essere più un tabù.