Pillola del quinto giorno a Chivasso: ancora bugie sui mezzi di informazione


Riportiamo alcune notizie inerenti la cosiddetta pillola del quinto giorno. Il suo nome tecnico è EllaOne (principio attivo: ulipristal acetato), si tratta chiaramente di una pillola di tipo abortivo. Eppure i mezzi di informazione continuano a propagandarla come pillola contraccettiva.

Qui si può leggere un bell’articolo che riassume l’intervista ad Emanuela Lulli, ginecologa bioeticista, a proposito di questo farmaco potentissimo (e dannosissimo).

La pillola ha vissuto una vera impennata delle vendite, negli ultimi tempi, anche a Chivasso. Oggigiorno la vendita della pillola è totalmente libera, non c’è bisogno di alcuna ricetta medica, come avveniva prima.

L’esperta spiega:

il piccolo embrione cerca un annidamento endometriale per l’impianto per nove mesi, ma viene bloccato perché questo farmaco è un anti-progestinico, blocca i recettori del progesterone, l’ormone che serve all’embrione per annidarsi. Lo attesta il meccanismo e anche la formula chimica che è praticamente identica a quella della pillola abortiva Ru486: si tratta di un abortivo.

Non si tratta affatto, quindi, di un contraccettivo, ma di un farmaco abortivo che attesta appunto il fallimento della contraccezione. La dottoressa, comparando anche la pillola con la RU486, spiega ancora meglio:

Chiamarlo contraccettivo “d’emergenza” sul bugiardino, usarlo come tale e venderlo come un normale farmaco da banco è indice di una schizofrenia culturale: la tachipirina 1000, per capirci, necessita di prescrizione medica, una bomba come la elleOne no. Ma tutto questo viene taciuto, si lavora e si specula sul corpo della donna e si parla di “boom”. Una bugia mediatica nella bugia scientifica.
In questo articolo, è possibile leggere il commento di Giorgio Celsi, Presidente di Ora et Labora in difesa della vita.

Articolo redatto a Chivasso da MPV-CAV l’1 aprile 2017

Aborto in Italia: ecco i dati reali


Zenit, Federico Cenci – 14/04/16

Il “diritto” all’aborto in Italia è negato? Il recente pronunciamento del Consiglio d’Europa e le reazioni che ne sono seguite sembrano offrire una risposta affermativa. Ma la realtà dei fatti dimostra il contrario.

L’alto numero di medici obiettori, infatti, non ostacola affatto le interruzioni di gravidanza in Italia. Non c’è bisogno di letture ideologiche per dirlo, basta attenersi a una ricostruzione empirica della realtà.

Nel novembre scorso il Ministero della Salute ha inviato in Parlamento l’ultima relazione sulla legge 194, dalla quale emerge che nel 2014 le interruzioni volontarie di gravidanza sono state poco meno di 100mila (precisamente 97.535).

Se si raffronta questo dato al numero di bambini nati nello stesso anno (509mila), si evince che nel nostro Paese quasi una gravidanza su cinque, aborti spontanei esclusi, non termina con il parto. Un dato, questo, che da solo basterebbe per suggerire una lettura dei fatti diversa da quella interpretata dal Consiglio d’Europa.

Ma c’è un altro dato a confermare che l’accesso all’aborto in Italia è tutt’altro che una chimera. Dal 1983 al 2003 le interruzioni di gravidanza sono passate da 234 mila a 102mila circa, diventando meno della metà. Contestualmente, il numero di ginecologi obiettori è rimasto quasi invariato (un centinaio in meno). Ne deriva che il lavoro per i medici che praticano l’aborto si è dimezzato rispetto a trent’anni fa.

La media nazionale parla di 1,6 interruzioni di gravidanza a settimana praticate da ogni ginecologo non obiettore nel 2013, contro i 3,3 del 1983, anno nel quale nessuno si sarebbe sognato di accusare l’obiezione di coscienza di intralciare questo “diritto”. Oggi, a fronte di una crisi demografica senza eguali dall’Unità d’Italia, si contano 5 strutture ospedaliere in cui si può abortire ogni 7 in cui si può invece partorire. Ciò significa che, se gli aborti sono il 20% delle nascite, i punti Ivg (luoghi dove si praticano aborti) sono il 74% degli ospedali con sale parto.

Punti Ivg che – detto per inciso – sono frequentati sempre meno da donne italiane e sempre più da donne straniere. Dei quasi 100mila aborti del 2014, circa 30mila sono stati praticati su donne originarie di altri Paesi. I cittadini stranieri, che sono l’8% della popolazione italiana, sono dunque coinvolti dall’aborto nel 30% dei casi.

Una sproporzione che testimonia come le ricorrenti all’interruzione volontaria di gravidanza siano spesso donne povere ed emarginate. Un motivo valido per puntare l’indice non verso quel 70% di medici obiettori, i quali esercitano un diritto costituzionale previsto dalla stessa legge 194, bensì verso una evidente scarsa propensione all’accoglienza nei confronti dei più bisognosi.

Le donne che decidono di sopprimere la vita che portano in grembo sono le prime vittime di una “cultura dello scarto” che è il vero problema da affrontare. Anziché reclamare che venga garantita la legge 194 sulla base del sensazionalismo o di dati anodini, un serio impegno sociale sarebbe auspicare che nessuna donna sia più costretta a eliminare il bambino che cresce nelle sue viscere.

D’altronde come affermano l’Associazione Medici Cattolici Italiani e la Federazione Europea delle Associazioni Mediche Cattoliche – le quali hanno reagito con “sconcerto” al pronunciamento del Consiglio d’Europa – “non c’è futuro per l’Europa se non in una scelta di superamento della logica abortiva nella prospettiva di accoglienza della vita umana, sostenuta spesso più a parole che nei fatti”.

 

«Ciao, mi chiamo Deborah e vendo aborti fatti a pezzi»


Se mai vi foste chiesti che faccia ha il male, ho un nome per voi: Deborah Nucatola. Se un po’ avete seguito questa pagina, sapete che Planned Parenthood è la catena di cliniche abortiste più grande d’America, una cosa enorme, un giro d’affari per oltre un miliardo di dollari. La dottoressa Nucatola a Planned Parenthood riveste un incarico di prestigio: è Senior Director of Medical Services, una posizione ai vertici del quartier generale del colosso degli aborti. In questa veste supervisiona le pratiche abortive nelle sedi PP di tutta l’America fin dal 2009 e si occupa anche dell’addestramento dei nuovi arruolati nei ranghi delle cliniche della morte. E da martedì sappiamo anche un nuovo perché.

L’associazione californiana prolife Center For Medical Progress, nel lanciare il suo sito, ha pubblicato martedì un video che riporta l’inimmaginabile: con una telecamera nascosta, le immagini mostrano un pranzo di lavoro in un ristorante di Los Angeles fra la dottoressa Nucatola e due attori, che si sono finti imprenditori nel campo delle biotecnologie e interessati all’acquisto di tessuti fetali. La dottoressa, mentre impassibile pasteggia con un calice di vino rosso in mano, racconta con una noncuranza rivoltante il commercio illegale che Planned Parenthood farebbe di organi e altre parti dei bambini appena abortiti. Il video, emblematicamente intitolato “Capitale umano”, è il risultato di un’azione investigativa durata quasi tre anni da parte dell’associazione non-profit, che – dichiara – è costituita da cittadini giornalisti interessati alla sorveglianza delle pratiche sanitarie. Per questo motivo le immagini girate nel ristorante riportano impressa la data del luglio 2014. Del video esistono due versioni, entrambe pubblicate su YouTube: quella integrale, della durata di più di due ore, e quella sintetica, di circa otto minuti, che qui raccontiamo.

Il video si apre con un’intervista del 2000 condotta dai giornalisti della ABC News, nella quale si chiede all’allora CEO di Planned Parenthood, Gloria Feldt, di commentare uno scoop della rete televisiva su un commercio analogo. Si vede la Feldt che si indigna e, dall’alto della sua caratura morale, esclama: “Se c’è reato, che i colpevoli siano consegnati alla giustizia”. Belle parole, indubbiamente. Il video, a commentare direttamente queste affermazioni, riporta alcuni estratti della conversazione con la Nucatola, la quale con orgoglio riporta come siano diventati esperti a Planned Parenthood nel preservare polmoni, fegato e soprattutto il cuore, per il quale, riferisce, c’è un’altissima domanda. E anche gli arti inferiori, ammettendo di non sapere neanche che cosa vogliono farsene gli acquirenti, forse cercano il tessuto muscolare. Con l’ironia tipica di chi sa che te la farà pagare, l’attore commenta: «Certo, dieci centesimi la dozzina».

Peccato che il commercio di parti del corpo umano sia un reato federale, tanto che c’è un’espressa previsione che riguarda proprio il traffico di resti di bambini abortiti, punito con la reclusione fino a 10 anni e/o un’ammenda fino a 500mila dollari. Ce ne informa il filmato subito dopo. Tanto che si resta increduli a guardare le immagini che seguono: una schermata presa dal sito Stemexpress.com, nel quale basta riempire un semplice modulo online per richiedere gli organi (organi!) che si desiderano, con possibilità di scegliere anche la settimana di gestazione del feto. Nel menù a tendina del modulo d’ordine si può leggere una lista impressionante: cervello, cuore, cuore con arterie e vene, polmoni, fegato, fegato e timo, tiroide con paratiroidi, milza, intestino tenue e crasso. Se andate sul sito e siete curiosi di sapere a quale livello può arrivare l’avidità umana, avete anche la possibilità di richiedere l’intero catalogo e vedere alcuni prezzi – si parla di migliaia di dollari. Cioè avevate, non si può più. Il sito ora è in manutenzione. Un caso, certamente.

Ma non basta. Il video prosegue: gli attori chiedono alla Nucatola se il fatto di sapere che esiste una specifica richiesta di tessuti cambi qualcosa nella procedura medica dell’aborto – in pratica se Planned Parenthood faccia o meno “aborti su misura”, a seconda delle necessità del cliente, con lo scopo di raccogliere determinati organi. Pare che sia proprio così: infilando la forchetta nell’insalata, la Nucatola risponde che «fa un’enorme differenza: direi che molte persone vogliono il fegato. E per questo motivo la maggioranza dei providers [medici delle cliniche di Planned Parenthood, n.d.r.] eseguono questi casi con l’aiuto dell’ecografo, in modo da sapere dove mettono il forcipe». Per cui è importante per il medico “essere consapevole di dove mette le pinze, tu cerchi intenzionalmente di andare sopra o sotto il torace. Siamo stati molto bravi a ricavare cuore, polmoni, fegato, perché lo sappiamo. Quindi non andrò a schiacciare quella parte, in pratica andrò a schiacciare sotto, o andrò a schiacciare sopra e vedrò se riesco a ottenere il tutto intatto». Difficile dire che cosa sia più osceno, se sia la facilità con cui usa la parola “schiacciare” parlando del corpo di un bambino indifeso o il gusto con cui mangia l’insalata mentre dice queste cose.

Anche se non sembra possibile, la Nucatola aggiunge altro orrore, andando avanti a spiegare come la parte più difficile sia riuscire a mantenere la testa intatta in un aborto. In questi casi il medico cercherà di modificare la posizione in cui si presenta il bambino, perché se è posizionato a testa in giù, la dilatazione all’inizio della procedura medica non è sufficiente per preservare l’integrità del cranio. Per questo motivo l’abortista girerà il bambino in modo da poter effettuare un’estrazione podalica, al termine della quale avrà una dilatazione sufficiente per ottenere il suo scopo. La Nucatola non chiarisce come avvenga l’aborto, cioè in quale momento dell’operazione il medico proceda a uccidere il bambino in questo caso. Il video di Center for Medical Progress inferisce che questa procedura sia identica a quella dell’aborto con nascita parziale, una pratica dichiarata illegale a livello federale nel 2003, particolarmente se e quando diretta al commercio di parti umane. Una norma che è riuscita anche a superare il giudizio di costituzionalità da parte della Corte Suprema (che, a quanto pare, ogni tanto prende anche qualche decisione giusta), seppure con un voto di 5 a 4. In questo tipo di procedura – e se siete impressionabili, scorrete più avanti nella lettura – il medico, dopo aver estratto il corpo del bambino fino al collo, lasciando intenzionalmente la testa all’interno, procede a perforare il cranio e ad estrarne il contenuto con un aspiratore. Se così non facesse, il bambino nascerebbe vivo e ogni ulteriore pratica volta a ucciderlo sarebbe considerata omicidio per la legge.

Che Planned Parenthood si preoccupi delle possibili conseguenze legali di tutto questo emerge nella conversazione nel momento in cui gli attori chiedono se sia possibile trattare l’acquisto dei tessuti direttamente con la sede centrale di Planned Parenthood. La domanda non è peregrina: Planned Parenthood, infatti, per proteggersi da azioni legali federali, obbligherebbe i potenziali acquirenti a rivolgersi alle singole cliniche locali, in modo che, qualora il traffico venisse scoperto, potrebbe sempre sostenere che si tratta della devianza del singolo provider e non una pratica autorizzata dall’azienda. La Nucatola candidamente ammette che, a livello nazionale, la cosa è stata discussa ma gli avvocati di Planned Parenthood vogliono evitare ogni coinvolgimento della sede centrale. «È un problema troppo delicato al momento perché possiamo assumerci la posizione di intermediario”, intendendo fra gli acquirenti e i singoli provider locali. Ma poi aggiunge: «Però vi dirò che, a porte chiuse, queste conversazioni si fanno».

All’uscita del video, Planned Parenthood non ha tardato a rilasciare un comunicato stampa, nel quale si precisa che tutti i campioni di tessuto sono ottenuti in modo etico e legale, trattandosi di materiale donato dalle pazienti. Come se fosse roba loro, viene da dire. E poco vale il fatto che la sua dipendente abbia parlato esplicitamente di un compenso per campione, che va dai 30 ai 100 dollari: poiché la Nucatola ha specificato che il prezzo varia “a seconda di cosa comporta”, secondo il vicepresidente dell’ufficio comunicazioni di Planned Parenthood, Eric Ferrero, si tratterebbe semplicemente di un rimborso spese per la consegna dei campioni, presi seguendo “i più alti standard etici e legali”. Dimenticando di spiegare l’intera faccenda dell’aborto con nascita parziale.

La replica di Center for Medical Progress non si è fatta attendere: in primo luogo l’associazione sottolinea che, con il comunicato, Planned Parenthood esplicitamente ammette di raccogliere organi nei suoi centri e che esiste uno scambio monetario collegato a questa attività. Mette inoltre in dubbio che questa pratica predatoria sia fatta con il consenso delle pazienti, che Planned Parenthood non ottenga alcun guadagno da ciò e che tutto sia perfettamente legale. A supporto di queste affermazioni, i giornalisti pro-life sganciano la seconda bomba: un volantino pubblicitario ottenuto da Stem Express LLC (più volte nominati dalla Nucatola nel video come loro acquirenti) nel quale si esaltano ripetutamente i vantaggi economici che le cliniche otterrebbero entrando in collaborazione con loro. A questo si aggiunge il vero e proprio endorsement di una delle direttrici delle cliniche di Planned Parenthood che compare sul volantino.

Al momento, la signora Nucatola risulta sparita dai radar: account Twitter cancellato, pagina Facebook che fino a martedì era ricca e colorata, ora è ridotta all’essenziale, il sito di Stem Express LLC è inaccessibile, anche se rimane la memoria incancellabile di Google, che ancora mostra nella copia cache le pagine dei moduli d’ordine, con tanto di gamma di prezzi, alcuni di svariate migliaia di dollari. Tutti rimborsi spese?

Il sito di Center for Medical Progress invita più che altro a sollecitare un’indagine da parte del Congresso sulle pratiche di Planned Parenthood. E i primi segnali sono confortanti: già due Governatori, quello dello Stato del Texas e quello della Louisiana, hanno annunciato azioni investigative per verificare la legalità di quanto avviene nelle cliniche abortiste dei loro Stati. I repubblicani si stanno mobilitando: il senatore e candidato presidenziale Ted Cruz ha auspicato che il Governo inizi un’estesa indagine, non solo su Planned Parenthood ma anche su tutti gli altri soggetti coinvolti, invocando nuovamente la sospensione di ogni erogazione di fondi statali al colosso degli aborti; sulla stessa linea anche un altro candidato, Marco Rubio; il portavoce della Camera John Boehner ha dichiarato di aver dato disposizioni alle varie commissioni competenti di esaminare la questione e ha chiesto al presidente Obama di condannare simili pratiche. Da parte dei Democratici, un silenzio assordante. E forse è meglio così, visto che, nel giorno in cui queste atrocità vengono alla luce, il leader del mondo libero ha twittato: «Noi riconosciamo che ogni bambino merita delle opportunità. Non solo alcuni. Non solo i nostri».

Qualcosa sembra muoversi, dunque. La notizia è approdata su molti media, riportata anche dal canale televisivo FoxNews e, cosa molto più rara, anche dal Washington Post. Più di un commentatore, della parte esclusivamente non liberal, ha affermato che l’exposé dell’associazione è il segno più evidente che un approccio sicuro e legale all’aborto è cosa impossibile: nel momento in cui si disumanizza un bambino al punto da ritenere moralmente accettabile l’aborto, ogni altra pratica accessoria appare secondaria e, perciò, giustificabile. Anzi, ne è la logica conseguenza.

A quali conseguenze porterà per Planned Parenthood lo scoop di Center For Medical Progress lo sapremo solo con il passare dei giorni. Che ci sarà una battaglia legale è ormai quasi una certezza. Ci auguriamo che i giornalisti pro-life riescano a provare tutto ciò che affermano. Di assolutamente vero, ad ogni modo, rimane il motto del gigante degli aborti: «Cura. A qualunque costo».

16/07/2015

Ecco il video: https://www.youtube.com/watch?v=jjxwVuozMnU

Oltre l’aborto, ripensiamo la legge 194


«L’utero è mio e lo gestisco io» gridavamo noi ragazze negli anni ’80 quando scendevamo in piazza. Allora difendevamo la legge 194, che permette l’interruzione di gravidanza entro le prime 12 settimane, e combattevamo contro gli aborti clandestini che mietevano tante vittime(nella foto una manifestazione a Roma nel 1977). Oggi, però, secondo me, è arrivato il momento di ripensare il tutto. Quanto vogliamo andare avanti con l’ipocrisia di considerare intoccabile una legge che in molti ospedali non viene applicata per via del considerevole numero di obiettori di coscienza? Perché abbiamo così tanta paura di ragionare sull’aborto? Rispetto agli anni ’80 esiste una diversa consapevolezza: le ecografie, ormai ultraprecise, ci hanno mostrato che l’embrione non è certo solo un grumo di cellule, come qualcuno l’ha infelicemente definito, ma una vita in nuce. Non possiamo più prenderci in giro su questo. L’interruzione di gravidanza deve essere considerata l’ultima spiaggia, un atto orribile da compiere se proprio non si ha altra scelta.

Quando rimasi incinta del mio primo figlio andai in un consultorio a farmi visitare. La ginecologa, una volta accertata la gravidanza, fece una faccia contrita e mi chiese: «Che facciamo? Lo vuole tenere?». Rimasi allibita. Ma come? A 37 anni aspettavo un figlio dall’uomo che amavo e la dottoressa mi paventava la possibilità di abortire?

Altre volte mi è capitato di conoscere persone che avevano pensato di interrompere la gravidanza e poi ci avevano ripensato; una mia amica è arrivata fino in sala operatoria, oggi guardo suo figlio e rimango incredula al pensiero che poteva non essere qui. Con questo non voglio dire che non vada difesa l’autoderminazione della donna. È chiaro che nessuno può costringere una persona a portare avanti una gravidanza se non vuole. Ma mi sembra altrettanto chiaro che nessuno può imporre al medico di effettuare un intervento così controverso.

Il problema è che oggi i ginecologi obiettori di coscienza sono la stragrande maggioranza, in alcune regioni oltre ol 90%. E quei pochi che non obiettano sono costretti a praticare interruzioni di gravidanza tutto il giorno senza poter dedicarsi ad altro. I non obiettori sono ghettizzati, derisi, ostacolati nella carriera. I colleghi li prendono in giro e li chiamano «gratta, gratta». Questo è chiaramente intollerabile e crea situazioni in cui è impossibile applicare la legge.

Date queste premesse mi domando se non sia doveroso ripensare la 194. Non ho ricette pronte, questo post è un sasso lanciato nello stagno di una futura discussione.  Penso che andrebbe stabilito un tetto per le obiezioni di coscienza negli ospedali ma anche per il numero di aborti, non è tollerabile ricorrere all’Ivg più volte nella vita quando ci sono a disposizione contraccettivi facili e sicuri. E poi si potrebbe  pensare a deipercorsi alternativi per le donne che non vogliono tenere il bambino come la possibilità di una pre-adozione da parte di una famiglia sterile con una sorta di mantenimento per tutta la gravidanza. Un po’ come nel film La scelta di Juno.

Ma questa è solo una idea. L’importante è superare la contrapposizione tout court tra abortisti e anti-abortisti, affrontiamo il tema senza paura. Non deve e non può essere più un tabù.

Planned Parenthood: 327.653 bambini abortiti


Planned Parenthood, la più grande organizzazione abortista internazionale, ha annunciato di aver raggiunto nel 2013 la cifra record di 327.653 bambini abortiti, incrementando di 500 piccole vite il “risultato” raggiunto dal gruppo l’anno precedente.

Il lugubre primato, recentemente pubblicato nel rapporto annuale 2013-2014 della multinazionale americana, è stato ottenuto nonostante  l’industria dell’aborto, nel suo complesso, abbia conosciuto un calo per la chiusura di numerose cliniche abortiste. Si tratta proprio di una “industria” perché Planned Parenthood nel 2013 ha registrato un profitto record di 127,1 milioni di dollari. Una cifra da capogiro spiegabile solamente grazie agli ingenti aiuti finanziari,  pari a ben 528 milioni di dollari, elargiti all’organizzazione nel 2013 dal governo degli Stati Uniti attraverso i fondi  pubblici. Ai cittadini vien detto che il denaro è utilizzato per  lo screening  per il tumore e servizi per l’adozione e la contraccezione, ma la relazione appena pubblicata parla chiaro  attestando che gli aborti hanno rappresentato il 94% dei servizi nel 2013.

Truffe assicurative, uccidono feto per risarcimento: arresti in Calabria


Sgominata dalla Gdf e dalla polizia di Stato una banda che metteva in pratica delle truffe simulando incidenti automobilistici

Operazione della Polizia di Stato e della Guardia di finanza di Cosenza per l’esecuzione di sette misure cautelari nell’ambito di un’indagine su una serie di presunte truffe ad assicurazioni per falsi incidenti stradali. In un caso gli indagati avrebbero ottenuto un risarcimento molto elevato provocando un incidente in cui è rimasta ferita una donna incinta e provocando, deliberatamente, secondo l’accusa, la morte del nascituro.

Delle sette persone coinvolte nell’ambito dell’operazione denominata ‘Medical market’, quattro sono state poste agli arresti domiciliari, due hanno ricevuto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e un’altra, che è un avvocato, la sospensione dalla professione forense.

Indagate 144 persone – Sono complessivamente 144 le persone, alle quali sono stati notificati altrettanti avvisi di garanzia. La truffa di cui si sarebbero resi responsabili gli indagati, secondo quanto riferito dagli investigatori, ammonta complessivamente a due milioni di euro. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di omicidio volontario, falso ideologico e materiale in atto pubblico, corruzione, peculato, frode e truffa ai danni dello Stato.

Fatto nascere prematuro e lasciato morire – Dettagli raccapriccianti si sono trovati di fronte gli investigatori. Il feto al centro dell’inchiesya è stato fatto nascere prematuramente e con il consenso della mamma, poi è stato lasciato morire senza ricevere alcuna assistenza medica. Con l’accusa di infanticidio sono stati disposti gli arresti domiciliari nei confronti della mamma del bambino, una donna di 37 anni di Corigliano Calabro; un medico di 57 anni dell’ospedale di Corigliano Calabro ed altre due persone.

Nel 2012 la donna, mentre era incinta tra la 24/a e la 28/a settimana, ha simulato un incidente stradale e si è presentata al pronto soccorso denunciando che il sinistro le avrebbe provocato la nascita prematura del bimbo. In realtà, secondo gli investigatori, la donna, con il suo consenso, è stata indotta a partorire prematuramente con la tecnica del “pinzamento”. Nonostante il bambino fosse nato vivo, arrivato in ospedale non gli sarebbero state fornite le cure necessarie e sarebbe stato lasciato morire grazie alla complicità del medico Pronto soccorso di Corigliano Calabro. Una volta riscosso l’indennizzo, medici e pazienti si sarebbero divisi i soldi del risarcimento ottenuto dall’assicurazione.

Gli hanno negato anche l’ossigeno – Il dirigente della sezione di polizia stradale di Cosenza, Domenico Provenzano, nel corso della conferenza stampa per illustrare i particolari dell’operazione ha affermato che “Sarebbe bastata una boccata di ossigeno e il bimbo oggi sarebbe vivo”. Dalle indagini emergono altri casi di aborto a scopo di aumentare il risarcimento dei danni sui quali gli investigatori stanno cercando di fare chiarezza.

Kenya, la campagna segreta di Unicef e Oms


C’è un tipo di vaccino anti tetano che si somministra in cinque dosi, tramite iniezione. Dal marzo di quest’anno, in Kenya, sono state inoculate le prime tre dosi di questo vaccino a un milione di donne, nell’ambito di una campagna per la prevenzione del tetano neonatale organizzata da due agenzie delle Nazioni Unite, l’Oms e l’Unicef, che si propone di raggiungere in tutto 2,3 milioni di donne di età compresa tra 14 e 49 anni.

Poco dopo l’inizio della campagna, però, l’Associazione dei medici cattolici del Kenya, si è insospettita. Non convincevano le modalità di somministrazione del vaccino: tempistica, numero di dosi, destinatari dell’iniziativa, il mancato coinvolgimento di un gran numero di volontari e di gran parte del personale medico e paramedico locale, al contrario di quanto normalmente succede quando si effettuano vaccinazioni su vasta scala, il fatto stesso che Oms e Unicef non avessero presentato come di consueto la campagna, mesi prima del suo inizio, alle associazioni e agli istituti medici e sanitari kenyani.

I medici dell’Associazione ne hanno parlato con i vescovi cattolici – Stephen Karanja, un ginecologo, è il presidente dell’Associazione ed è anche membro del Consiglio esecutivo della Commissione salute della Conferenza episcopale – e insieme hanno deciso di vederci chiaro.

Sono riusciti a impadronirsi di alcuni campioni del vaccino e li hanno fatti esaminare da laboratori kenyani e del Sudafrica. In tutti, come immaginavano e temevano, è stata riscontrata la presenza di una sostanza che rende le donne sterili: in altre parole, quello iniettato nelle donne kenyane è un vaccino contraccettivo.

È almeno dagli anni ’60 che si finanziano ricerche per mettere a punto vaccini contraccettivi con cui controllare la crescita demografica ed eventualmente invertire la tendenza. I ricercatori hanno tentato tre strade: creare vaccini contro gli ovuli femminili, vaccini contro lo sperma e vaccini contro gli embrioni. I primi due tipi di vaccini impediscono il concepimento, ma creano problemi collaterali e non tutti forniscono una soluzione definitiva. Il terzo tipo di vaccini procura l’aborto. Quello usato in Kenya appartiene a questa classe di vaccini e rende le donne sterili per sempre. Si chiama vaccino ‘HCG’ ed ecco come funziona. La gonadotropina corionica umana è un ormone che si sviluppa subito dopo la fecondazione dell’ovulo e svolge un ruolo fondamentale nell’impianto dell’embrione impedendo al sistema immunitario della madre di attaccarlo. Perché far si che invece il sistema immunitario intervenga impedendo all’embrione di svilupparsi, i ricercatori hanno aggiunto una sub unità di HGC al vaccino anti tetano inducendo il sistema immunitario a produrre degli anticorpi che in seguito, al verificarsi di una gravidanza, attaccheranno l’ormone HCG, senza il quale l’embrione non sopravvive.

L’Associazione dei medici cattolici e la Conferenza episcopale del Kenya, nonostante duri tentativi di screditare entrambe le istituzioni da parte del governo e in particolare del Ministero della sanità, alla fine sono riuscite a farsi ascoltare. Benché scettici, i parlamentari kenyani hanno deciso di far svolgere dei test indipendenti per accertare il contenuto del vaccino. La campagna di vaccinazione è stata sospesa e riprenderà solo se i nuovi test smentiranno i medici cattolici: cosa che questi ultimi escludono. Le donne già vaccinate non corrono pericoli perché il vaccino diventa attivo solo se tutte e cinque le dosi vengono assunte.

L’inventore del vaccino HCG è Gursuran Talwar che ha lavorato a lungo per l’Oms. Si è dedicato alla creazione dell’HCG fin dagli anni ’70 del secolo scorso e all’inizio degli anni ’90 ha potuto sperimentarne l’efficacia su un campione di 148 donne indiane. Pochi anni dopo l’Oms, in collaborazione con altri istituti internazionali tra cui l’Unicef, lanciava le prime campagne di vaccinazione contro il tetano neonatale nei paesi in via di sviluppo. Nessuno sospettava e nessuno ha fermato l’Oms in Messico nel 1993 e in Nicaragua e Filippine nel 1994. Solo tre anni dopo la conclusione delle campagne anti tetano, il personale sanitario di quei paesi ha incominciato a notare che le donne vaccinate abortivano e hanno indagato scoprendo l’esistenza del vaccino anticoncezionale HCG. Così quando in seguito l’Oms ha proposto una campagna di prevenzione contro il tetano prenatale al Kenya, i vescovi del paese si sono rivolti al governo chiedendo delle verifiche: che non sono state fatte solo perché l’Oms ha rifiutato di far effettuare dei test sui vaccini e ha deciso di non realizzare la campagna.

20 anni dopo l’Oms ci ha riprovato. Nel frattempo la lotta contro la crescita demografica si è arricchita di nuovi, potenti sostenitori tra cui si annovera l’Eunice Kennedy Shriver National Institute of Child Health and Human Development che ha finanziato con milioni di dollari il programma Indo-Statunitense per la contraccezione e la salute riproduttiva diretto da Talwar. Dalla preoccupazione per il sovraffollamento del pianeta è germinata intanto un’ideologia ambientalista che vede nell’umanità il fattore da neutralizzare, al limite estirpare del tutto, per restituire il pianeta alla sua intatta, originale bellezza. Come ha scritto qualcuno, per chi condivide quella ideologia un vaccino contraccettivo efficace, risolutivo, è una sorta di “santo Graal”, alla ricerca del quale vale la pena di destinare tutte le risorse disponibili.

CGIL e legge 194


Quando la Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della legge 194 sull’aborto ha messo nero su bianco che il numero degli obiettori di coscienza non incide affatto né sulla efficienza del “servizio” (sic!), né, tanto meno, sulla quantità di lavoro dei medici non obiettori, l’imbarazzo di coloro che stanno combattendo contro l’esercizio della coscienza da parte dei sanitari è stato palese.

Vi ricordate? Il quadro che era stato pubblicamente rappresentato e che ha costituito la base del ricorso della CGIL al Consiglio Sociale Europeo era di donne rifiutate dagli ospedali, costrette ad emigrare in altre Regioni per esercitare il loro diritto ad abortire e, insieme, quello dei pochi medici non obiettori sottoposti a turni di lavoro massacranti e costretti a dedicarsi soltanto agli aborti, quindi senza nessuna possibilità di qualificazione professionale. Il ricorso della CGIL lamentava, infatti, anche la lesione dei diritti dei lavoratori non obiettori.

Il fatto è che la Relazione del Ministro, quest’anno, si basa su dati indiscutibili ed approfonditi.

Sull’efficienza del “servizio aborto”, leggiamo: “Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di IVG effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 (61.5% rispetto a 59.6%) ed è leggermente diminuita la percentuale di IVG effettuate oltre 3 settimane di attesa (15.5% nel 2012 rispetto al 15.7% nel 2011), persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra Regioni”.

Avete capito bene: quando voi dovete fissare con un ospedale pubblico un’operazione qualsiasi, che tempi di attesa vi aspettano? Beh, ora sappiamo quali sono i tempi di attesa delle donne che intendono abortire: più di tre su cinque sono sottoposte all’intervento entro due settimane dal rilascio del certificato. Attenzione: la legge prevede che l’intervento non possa essere effettuato prima di una settimana dal certificato; questo significa che tre donne su cinque ricevono il “trattamento” richiesto entro una settimana!

E sul carico di lavoro dei medici non obiettori? Il Ministro della Salute riferisce di dati raccolti in un “tavolo tecnico” istituito con tutte le Regioni: quindi non si è limitato a raccogliere i dati che le Regioni trasmettevano, ma ha ulteriormente approfondito l’argomento. Ebbene, tra i tanti emerge questo dato clamoroso: 

“i dati relativi al 2012 confermano il trend del 2011: considerando 44 settimane lavorative in un anno, il numero di IVG per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0.4 della Valle D’Aosta alle 4.2 del Lazio, con una media nazionale di 1.4 IVG a settimana”.

Ancora una volta avete capito bene: i medici non obiettori costretti a fare solo aborti con turni massacranti? In media, ciascuno di loro fa 1,4 aborti a settimana, quindi non vi dedica più di mezz’ora! La situazione peggiore è quella del Lazio: 4,2 aborti a settimana in media: quindi circa due ore a settimana!

Di fronte a questi dati oggettivi e indiscutibili, la tattica non poteva che essere quella di gettare dapprima un po’ di fumo, e poi cominciare nuovamente a raccontare storie, facendo finta che non sia successo nulla.

La LAIGA (l’associazione dei medici non obiettori) si fa carico di entrambi i compiti. 

Subito dopo la diffusione della Relazione ministeriale, ad esempio, su Il Fatto Quotidiano erano state intervistate la Presidente d.ssa Silvana Agatone e la d.ssa Giovanna Scassellati. Quest’ultima aveva definito “favole” i dati del Ministro e delle Regioni, tuttavia ben guardandosi dal contestarle: 

“Noi così crediamo alle favole – commenta amara – Il San Camillo fa un terzo di tutte gli aborti della regione Lazio. Nel mio reparto di ginecologia, siamo senza primario, lavoriamo sotto organico e su un sacco di turni. Il problema è che non ci si ribella mai, e quando lo si fa, si viene penalizzati”: assoluta genericità, come si addice alla funzione del discorso, sollevare un po’ di fumo. 

E del resto, scendere sui dati oggettivi è molto rischioso, come dimostrava subito dopo l’intervento della Presidente della LAIGA, d.ssa Agatone: “Anche i numeri sul carico di lavoro settimanale non collimano con quelli della realtà lavorativa quotidiana, come conferma Silvana Agatone, presidente della Laiga. “All’ospedale Pertini di Roma siamo in tre a fare 80 interruzioni di gravidanza al mese, cui ci sono ad aggiungere gli aborti terapeutici”. 

La Agatone sarebbe, quindi, uno dei medici “massacrati” dai turni di IVG? Secondo il suo stesso esempio “drammatico” del Pertini di Roma, gli aborti volontari sarebbero circa 20 alla settimana, oltre a un solo aborto “terapeutico” (cioè dopo i primi 90 giorni di gravidanza, che sono il 4% del totale). Quindi, ogni medico fa 7 aborti alla settimana, in circa tre ore … 

D.ssa Agatone, prima di “sparare” numeri, provi a ragionarci sopra; soprattutto, per usare l’espressione della d.ssa Scassellati, non ci racconti favole!

Ma questo era il “fumo”, diffuso perché i dati del Ministro della Salute non venissero compresi. Dopo qualche settimana, ecco il Congresso Nazionale della Laiga, ovviamente ben “coperto” dalla stampa nazionale: e, così, su Repubblica.it la d.ssa Agatone può nuovamente proclamare che l’accesso all’aborto è sempre più difficile e che le donne sono costrette ad “emigrare” da una Regione all’altra (dato che le Relazioni ministeriali hanno sempre mostrato, fin dagli anni ’80). Ovviamente taciuto il dato sull’efficienza del servizio. 

La tattica è quella di evidenziare un’emergenza che non esiste. Leggiamo cosi: “Per questo Laiga ha inaugurato una rete nazionale di avvocati aiuterà le donne che hanno avuto difficoltà nell’accesso all’interruzione di gravidanza. “Attualmente i medici non obiettori applicano con preoccupazione la legge 194 – spiega la presidente Silvana Agatone – non solo perché le strutture non forniscono i mezzi ed il personale necessario, ma anche perché si opera tra mille difficoltà anche burocratiche e organizzative. A tutela delle scelte degli operatori, sarà presentata una rete di avvocati presenti su tutto il territorio nazionale, pronti a seguire l’iter di eventuali denunce nei confronti dei ginecologi e del personale non obiettore e a salvaguardia delle donne cui non siano riconosciuti i propri diritti riproduttivi”

Ecco: aspettiamo cause di donne cui è stato impedito di abortire. Che voi sappiate, questo diritto è stato negato a qualche donna che aveva in mano il famigerato “certificato”? E le denunce nei confronti del personale non obiettore? La d.ssa Agatone non può evitare di usare l’aggettivo “eventuali” … sapete di qualche medico non obiettore che è stato denunciato? Veramente iniziamo ad avere conoscenza di sanitari obiettori denunciati, vilipesi, oltraggiati, fatti licenziare … ma, si sa, questo non conta.

Cinque milioni e mezzo di bambini mai nati


5 milioni 438mila e 878. Questo è il numero aggiornato al 2012 dei bambini uccisi intenzionalmente prima di nascere per la “salute” della madre. Immaginate Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Umbria, Valle D’Aosta e Liguria rese deserte da 36 anni di aborto legale. Intere regioni del nostro paese sono state eliminate con le loro gioie, dolori, speranze, delusioni. Sono stati spazzati via maschi e femmine, santi e briganti, allegri e musoni, geni e sempliciotti, sani e malati. Tutti buttati giù nell’insaziabile scarico, innumerevoli gemme vitali disperse nella immensa cloaca abortiva da cui solo un Dio infinitamente misericordioso non si schifa di raccoglierli, ripulirli, vestirli con abito regale ed accoglierli al banchetto eterno.

Questa è la tragedia dell’aborto che come ogni male uccide insieme la vittima e il carnefice, tragedia antica, che nelle società occidentali è democraticamente normalizzata trasformandola in diritto umano.

E chi c’è ad opporsi, qui sulla terra, a questo male? Un manipolo di uomini e di donne in gran parte ancora fermamente certi che duemila anni fa Dio si è incarnato, diventando vero Dio e vero concepito. Alcuni di loro aprono le loro case, condividono la loro mensa, sottraggono tempo a tutto il resto, si chiamano volontari della vita. Alcuni pregano, altri riconoscono a questi minimi la sepoltura, unica dignità umana ancora possibile, altri ancora marciano per ricordare chi è stato visibile solo per pochi attimi su un monitor ecografico. Poi ci sono medici, infermieri e ostetriche che dicono di “no”. Ci chiamano obiettori, ed è vero, obiettiamo a fare ed a collaborare all’esecuzione di un abominevole delitto, ma io penso che siamo obiettori, obiettivi ed obbiettivi. Siamo obiettivi perché non per fede, ma è per la scienza che ci è stata insegnata nelle aule universitarie che sappiamo che quello che nell’aborto viene ucciso è uno di noi, né più né meno che un uomo. E siamo anche obbiettivi di chi vorrebbe renderci uguali a loro, non tollerando che ci distinguiamo da loro.

Ricordate gli strali in parlamento di chi si stracciava le vesti perché gli obiettori di coscienza impedivano gli aborti? Ricordate le presunte indagini che dimostravano la carenza di personale abortista? Ricordate le rivendicazioni salariali? Ecco, il rapporto prodotto dal ministro ha un grande merito: ha dato un pedatone numerico alle presunte fatiche di Sisifo degli abortisti e alla presunta penuria di centri per abortire. Ecco i numeri: le strutture che effettuano aborti sono 403. Poiché nel 2012 gli aborti sono stati 107.192, la media di aborti per ogni struttura è pari a 266/anno (5,1 aborti a settimana). Per ciascuno dei 543 punti nascita presenti sul territorio nazionale la media è stata di 972 nascite. Mentre il rapporto tra nati e aborti è 4,9 a 1, il rapporto tra punti nascita e punti aborto è 1,3 a 1. Vi è quindi un’indubbia maggiore disponibilità di strutture per la donna che abortisce rispetto a quella che fa nascere il bambino. Il paragone con i 1.720 centri per aborti negli Stati Uniti dell’ultra-abortista Obama, con il loro carico medio più che doppio (622,6/anno) confermano che in Italia gli abortifici non mancano affatto.

Nei centri dove si fanno aborti vi sono 1.551 ginecologi non obiettori (3,8 per ogni punto aborto) a cui è affidato un carico di aborti pari a 69,1/anno corrispondente a 1,57/settimana lavorativa. Persino nelle regioni dove la percentuale di obiettori supera l’80% il numero di aborti per singolo ginecologo non obiettore è bassissimo: 3,5 aborti a settimana in Molise, 4,2 nel Lazio, 3,7 in Campania, 2 in Basilicata e 3 in Sicilia. Stiamo parlando di una procedura la cui durata è stata cronometrata in appena 5,7 minuti e che impegna la sala, come mette per scritto la Planned Parenthood, non più di 15 minuti; 9 minuti di aborti sulle 44 ore lavorative a settimana di un ginecologo sarebbero tali da rendere il lavoro degli abortisti massacrante? Sì, è massacrante, ma di certo non per i medici. A meno che quei nove minuti che si sommano ogni settimana non siano massacranti per la coscienza, ma in questo caso il sollievo non verrà obbligandoci a diventare come loro, piuttosto diventino loro come noi.

La relazione ha anche il merito di aprire uno squarcio sulla realtà dei consultori. Nei consultori del Lazio su un organico di 255 ginecologi solo 24 di essi sono obiettori. Gli 8.328 colloqui pre-aborto effettuati nel 2012 hanno costituito un carico per operatore pari a 36/anno corrispondente a 0,8/settimana. Per i 7.105 certificati il carico per operatore è di 30,8/anno, o 0,7/settimana.

In Sicilia 200 ginecologi sono in organico con il 67% di obiettori e 66 non obiettori. Ancora una volta nessun superlavoro, nessun disservizio è imputabile ai medici obiettori: se equamente ripartiti i 2.681colloqui in un anno e i 2.015 certificati per abortire hanno rappresentato rispettivamente un carico di 40,6/anno (0,9/settimana) e 30,5/anno (0,7/settimana) per singolo non obiettore.

In Puglia stessa storia: 180 ginecologi di organico, 13,9% obiettori, 155 non obiettori, 2.818 colloqui e 2.432 certificati. In media ogni singolo non obiettore ha dovuto effettuare in un anno 18,2 colloqui (0,4 a settimana) e 15,7 certificati (0,36/settimana).

Numeri inoppugnabili, numeri derivati dal monitoraggio struttura per struttura, condivisi dal Ministero con le regioni di Zingaretti, di Rossi, di Crocetta e di Vendola. Sono curioso di vedere se i suddetti governatori hanno la faccia di venirci a dire che noi medici obiettori siamo il problema della sanità in Italia.

Renzo Puccetti